martedì 6 agosto 2019

CITAZIONI DA LONGCHENPA

“(...)without the least urge to control, to cultivate or reject, we remain open, at ease, carefree, and detached.”

“Now here, now gone, thoughts leave no trace, and opened wide to seamless rigpa hopes and fears are no longer credible”

“the perceiver unloosed, the field of perception dissolved, with nothing to hold on to, yet with full awareness, this is the contemplation of consummate undistracted mindfulness”

“(...)watch the nonactive sky-like nature of mind!”

“With incisive recognition, just leave things alone in simplicity!”

“whatever appears in the field of mind through sensory perception, as a crucial locus of seamless sameness, is assimilated to spontaneity’s natural concentrated absorption.”

“crucial nonaction that supersedes all intention and ideation, and with the vital zero-attachment to whatever appears.”

“(...)though pleasure and pain are surely felt, they do not move from essential total presence, sole self-sprung awareness: know all experience as the one spaciousness, as emptiness, the same unborn reality of pure mind!”

“In the empty scope of myriad self-dissolving thoughts and visions, whatever moves, relax and let it alone, just as it falls, and contemplation of reality arises within the movement.”

Longchenpa, The treasury of natural perfection (Wisdom Publication)

domenica 4 agosto 2019

ALTRI ESERCIZI VYPASSANA

ALTRI ESERCIZI VYPASSANA 

Per progredire nella nostra conoscenza della mente “statica” (ovvero della mente nei momenti meditativi, in cui ci si può permettere di non avere altre occupazioni eccetto 
la meditazione stessa), ecco alcuni altri possibili esercizi:
1)Fare in modo che non vi sia alcuno sforzo, alcuna volizione, fatta eccezione per la volizione di mantenere la postura meditativa, e lasciar scorrere il proprio “flusso di coscienza” senza mai lasciarsi trascinare da alcuna delle sue “correnti”. Potremmo definire questo stato un “riposo volitivo”. Infatti usualmente anche quando fantastichiamo ad occhi aperti tendiamo a tradurre ogni fenomeno nei termini di “questo è desiderabile”, “questo è da evitare”, “dovrei agire in questo o in quest’altro modo”, “dovrei reagire a questo pensiero”. In questo stato si gode il riposo da tutte queste volizioni. Ovviamente è un riposo momentaneo, non uno stato da applicare a tutto il resto della giornata.
2)Cercare colui che medita. Suggerito nei testi Dzogchen (per esempio dal leggendario Padmasambhava), questo esercizio ha forse la finalità di mostrare la vacuità del Sè (come recitano i sacri testi buddhisti, “il Sè non può essere trovato”). A mio avviso in realtà ci sono altre possibili spiegazioni del fatto che non è percepibile colui che medita: per esempio il fatto che il Sè in quei momenti sia principalmente identificabile con il pensiero volitivo “devo cercare il Sè”. Questo pensiero di fatto è percepibile, ed è forse la principale manifestazione del Sè convenzionale in quel momento.
3)Cercare i pensieri “puri”, ovvero focalizzarsi su uno solo dei 6 aspetti della coscienza, il pensiero (definito come sopra). Il pensiero, se vogliamo usare una terminologia imprecisa e antiquata, ma per varie ragioni utile dal punto di vista didattico, è la componente più immateriale della nostra coscienza, non è vista, non è udito, né olfatto né tatto né gusto, è “solo” tutto ciò che sia esprimibile con una frase compiuta (soggetto, verbo etc). Torneremo su questa corrispondenza biunivoca tra proposizioni linguistiche e pensieri e sul motivo per cui nella nostra classificazione non sia dato pensiero che non sia esprimibile in frasi.
Focalizzandosi dunque sulla ricerca dei pensieri si potrebbero sviluppare alcune qualità e nuove comprensioni:1)Dato che i pensieri sorgono ancora che senza essere stati evocati, abbiamo due possibilità interpretative: o il nostro Io agisce in modo indipendente dalla nostra volontà (difficile in tal caso poterlo chiamare ancora “Io”) oppure i pensieri non hanno sempre a che fare con il nostro Io; riconoscendo dunque come “non nostri” molti pensieri, possiamo prendere le distanze da essi e dagli eventuali turbamenti ad essi associati; 2)avendo posto come oggetto focale un fenomeno che non ha a che fare con i canonici cinque sensi e neppure con i ricordi e le immaginazioni sensoriali, ci si potrebbe ritrovare più distaccati dalle principali basi del desiderio e dell’avversione.

sabato 15 giugno 2019

15- ANALISI DEI FANTASMI

ANALISI DEI FANTASMI (Da L’Anatomia delle Emozioni di Davide Corvi)
Quello che per Aristotele erano i “phantasmata” è più o meno paragonabile a quello che Hume chiamava “idee”: le copie mentali di un evento sensoriale o emotivo, in parole più semplici i ricordi e le immaginazioni. Questi fenomeni, a voler essere poetici, richiamano davvero i fantasmi della letteratura: hanno contorni meno definiti dell’evento reale, sono molto meno vividi, tuttavia hanno il potere di suscitare emozioni intense e possono anche perseguitarci (quanti fantasmi di innamorate, o fantasmi di errori commessi, tormentano i poveri malcapitati!). Può essere che i grandi scrittori abbiano fantasmi più vividi del comune, data la loro grande capacità di descrivere in dettaglio anche eventi lontani (pensiamo alle Memorie Intime di Simenon, per esempio o alla fervida immaginazione di Tesla).
Hume riteneva che vi fosse una certa differenza di nitidezza fra i ricordi e le immaginazioni, ma io non rilevo nel mio vissuto questa realtà.
Tra l’altro se le immaginazioni (come diceva Hume stesso) non fossero altro che un rimescolamento e un’alterazione dei ricordi semplici (per esempio: non ho mai visto un unicorno, ma ho già visto un cavallo e un corno separatamente, e la mia fantasia non fa che associarli), perché mai l’immagine “fantasmatica” di un unicorno dovrebbe essere meno vivida delle immagini di eventi reali ricordati, essendo composta di fatto da due immagini ricordate? 
Io però non credo che la fantasia si limiti a comporre immagini già viste come in un collage e per dimostrarlo ho pensato questo semplice esperimento: immagino una matita che traccia una linea su un foglio e cerco di imprimere nella mia memoria ciò che ha tracciato. Immagino per esempio che disegni un volto deforme e mostruoso. Posso affermare che questo volto sia la composizione di immagini mnestiche precedenti? No: se lo fosse basterebbe modificare gli occhi allungandoli a dismisura o effettuare qualunque altra modifica per ottenere un viso del tutto nuovo.
Dunque la fantasia applicata al campo visivo non si limita a comporre, ma può sbizzarrirsi con tutto il materiale sensoriale possibile (tutti i “pixel” e i “voxel” mentali in tutti i miliardi di combinazioni possibili, con tutti i colori pensabili).
La fantasia applicata agli altri quattro/cinque sensi richiede un’analisi ulteriore: possiamo immaginare suoni che non abbiamo mai sentito? Sensazioni corporee che non abbiamo mai provato? Sapori? Odori? Trovo più difficile dare una risposta altrettanto chiara. 
Ancora più complesso cercare di capire se possiamo immaginare dei pensieri che non abbiamo mai avuto: personalmente ricordo di aver vissuto in alcuni momenti il ricordo vago di un pensiero passato, non così distinto da poterlo capire o esprimere in parole, una sorta di fuggevole fantasma di pensiero; questo può avvenire anche per intuizioni mai avute in passato, così fugaci da non lasciare quasi traccia.
Tornando alla distinzione ricordo-immaginazione, l’unico modo per distinguere il ricordo dall’immaginazione è dunque forse l’analisi automatica e quasi inconscia che la nostra mente svolge, attribuendo il pensiero “Ciò è accaduto” a questo e a quell’altro fantasma, agevolata nella sua operazione dal fatto che di solito il ricordo si inserisce in una trama di eventi coerenti e parimenti ritenuti reali.

martedì 11 giugno 2019

VYPASSANA- esperimento 1

VYPASSANA
L’analisi della mente nata dagli esercizi di Vypassana comprende un’infinità di testi filosofici. Lo scopo di questo capitolo è approfondire la conoscenza dei pensieri e degli altri aggregati attraverso alcuni esperimenti mentali. Questi esperimenti saranno seguiti da citazioni dei più grandi filosofi buddhisti in merito ai temi affrontati.
  1. In postura meditativa e in totale (o per meglio dire quasi totale) immobilità, focalizzarsi su qualunque fenomeno appaia ai “sei sensi” (in particolare sul fenomeno che appare con più forza, con più intensità) senza compiere alcun lavoro concettuale su di esso, lasciando che appaia e scompaia senza volerlo trattenere o respingere, per poi passare al successivo evento “proposto” dalla nostra mente. Quindi gli unici sforzi richiesti sono: l’immobilità, l’attenzione, l’impegno a non proseguire ragionamenti e concettualizzazioni che dovessero insorgere in relazione al vissuto mentale istantaneo. Se tali ragionamenti proseguissero indipendentemente dalla propria volontà, osservarli come si fa con qualunque altro fenomeno, senza alcuno sforzo ulteriore.
Obiettivi dell’esperimento: allenarsi a stare con vari tipi di contenuti mentali (non proprio tutti, come vedremo) senza esserne turbati (anche il turbamento stesso, nei suoi vari vettori, può essere contemplato senza acconsentire a concettualizzazioni “conturbanti”: persistono forse le fugaci sensazioni di tensione ma non i corrispettivi pensieri), e senza alcuna compulsione ad agire in merito ad essi. Ovviamente va pre-impostato un limite di “sicurezza”: “non agirò a meno che non si tratti di una questione di salute non rimandabile” (es. mi accorgo di aver lasciato acceso il fornello, mi si è completamente anestetizzato un piede etc...).
Quindi dovrebbe nascere una maggior apertura e tranquillità nei confronti dei contenuti del nostro vivere interiore, una maggior conoscenza della sottile composizione e forma di tali contenuti, e la netta consapevolezza della loro impermanenza.
Non bisogna porsi come obiettivo le sensazioni di tranquillità, che però potrebbero manifestarsi come sottoprodotto, dovute alla quasi totale assenza di sforzi mentali discorsivi, e alla riduzione delle paure che teoricamente potrebbe sgorgare dall’assuefazione a qualunque contenuto mentale doloroso. 
Un ulteriore risultato può provenire dall’analisi di ciò che comunemente chiamiamo “negativo” o “positivo”, come chiarirò nel prossimo articolo.

Whatever occurs externally as the manifold appearance of the five types of external objects (forms, sounds, smells, tastes, and tangibles) or internally as some mental activity, at the very moment of its inception as a field it is seen just as it is, and by the force of its advent it is fully potentiated and then vanishes by itself—how could it possibly remain?—released without trace, and in that moment the three crucial functions—carefree detachment in whatever arises, access to wide-open spaciousness, and easy relaxation into the appearance upon its inception—are assimilated. Thus we capture the citadel that is the natural disposition of pure being.

Longchenpa, Natural Perfection

sabato 4 maggio 2019

SHAMATA- seconda parte

SHAMATA-seconda parte

“Passando davanti alle dozzine di pescatori rugosi allineati in silenzio lungo l’antico ponte Galata, ognuno con l’ombrello in una mano e la canna nell’altra, Zeliha invidiò la loro capacità di rimanere immobili per ore ad aspettare un pesce che non abboccava mai”
Elif Shafak


Tina Rassmussen e Stephen Snyder, nella loro bella monografia su Shamata (La Pratica dei Jhana), hanno analizzato la fenomenologia della concentrazione nata dall’Anapanasati, mostrando cosa accade alla mente del meditante nei vari stadi di assorbimento. 
Lo studio è davvero affascinante, per chi ha la possibilità di isolarsi in un monastero per molti giorni: sarebbe una stupenda tesi per un laureando in Psicologia o in Filosofia. Temi come la “coscienza” e il “dualismo soggetto-oggetto” potrebbero diventare per lui non più un astruso tema accademico, ma una realtà esistenziale. 
Dato che personalmente ho conosciuto solo un primissimo livello di concentrazione meditativa non posso chiosare ulteriormente questo testo.  
Dubbi permangono sull’applicabilità quotidiana di una simile trasformazione mentale: in un mondo che richiede concentrazione rapida con spostamento del fuoco attentivo su più fronti e una forte attitudine alla compassione, un’abitudine alla quiete meditativa può giovare davvero? Non può trasformarsi in un Nirvana da cui risulti doloroso e difficile staccarsi?
Agli studiosi l’ardua sentenza.
Gli stessi meditanti però mettono in guardia dall’utilizzo della concentrazione focalizzata come unica tecnica meditativa:
“Single-pointedness is an experiential appearance. It is a worldly path, and during it one accumulates karma.” (Lord Tsangpa Gyaré)
Dovremmo quindi, nel nostro percorso di analisi mentale applicata, continuare a fissare l’obiettivo, che è la creazione di una personalità il più possibile equilibrata e funzionale rispetto alle esigenze che l’altruismo e un corretto amore per il mondo implicano. 
Pertanto la tranquillità di Shamata andrà affiancata da un lato all’impulso all’azione che nasce dalla Compassione, dall’altro alla capacità di distacco anche dalle stesse sensazioni di tranquillità (non sviluppare attaccamento per nessuno stato mentale). In questo potrà aiutarci Vypassana.

giovedì 25 aprile 2019

SHAMATA- (prima parte)

SHAMATA (prima parte)

“Vi sono monaci che si dedicano strenuamente all’inspirazione ed espirazione meditata che, meditatamente esercitata e seguita, è di gran frutto e profitto.”
Anapanasati Sutta (canonepali.net)


Come è stato già accennato la nostra attenzione, che è correlata strettamente a ciò che intendiamo con coscienza, ha generalmente degli oggetti di “fuoco” e degli oggetti di sfondo, assimilabile in questo a una macchina fotografica o a un cellulare in modalità ritratto, che- quando decidiamo di mostrare tutti i dettagli di un volto -ci restituisce l’immagine di questo accompagnata da un intorno di oggetti sfocati.
In ogni istante della nostra vita ci stiamo occupando di qualcosa: un’attività, un’osservazione, un pensiero (oppure più di una). Esiste qualcosa che poi ci “sposta”, ci fa muovere verso un’altra attività: può essere una decisione prefissata (“al termine di questo articolo, mi farò un caffè”) o un evento che fa improvvisamente muovere il nostro “fuoco”, il nostro “cannocchiale” (metafora di sapore galileiano usata spesso da Alan Wallace) verso qualcosa d’altro.  
L’esercizio mentale di Shamata consiste in un prolungato utilizzo del nostro potere attentivo, che viene indirizzato a un particolare oggetto nel campo dei “sei sensi” per molti minuti o ore (o, per monaci “maratoneti dell’attenzione”, anche giorni) con finalità variamente definibili ma in genere miranti a una certa modifica del proprio stato mentale, che dovrebbe divenire contemporaneamente più lucido e più rilassato.
Seduti nella posizione del loto o del semi-loto, con la schiena dritta, il corpo (compresi gli occhi) del tutto immobile ma non teso (sono contratti solo i muscoli necessari per il mantenimento di quella postura) i meditanti si concentrano su un solo fenomeno (single-pointedness); spesso viene scelto il respiro stesso nel suo passaggio al punto di “anapana” (tra il labbro superiore e le narici).
Quando l’attenzione divaga e si accorge che sta osservando qualcos’altro (il verbo osservare in questo caso non indica un’attività svolta con gli occhi ma con la mente stessa) il meditante dovrebbe limitarsi a tornare all’oggetto prefissato senza avere alcun moto di fastidio o senso di colpa per aver fallito (tali moti dell’animo causerebbero solo distrazione ulteriore). Questo ripetuto “tornare all’oggetto” genera in condizioni propizie uno stato mentale di profonda tranquillità idealmente priva di sonnolenza in cui predomina l’oggetto stesso. Oltre alle distrazioni, la sonnolenza e l’agitazione mentale sono i due opposti nemici da cui il meditante deve difendersi.
Obiettivi:
Distinguendo gli obiettivi laici da quelli religiosi, dato che per questi ultimi mancano il tempo e la dovuta competenza elencherò i possibili benefici laici e le scoperte svelate con questo esperimento mentale:

1)EFFICACIA Appare nettamente la comprensione del fatto che ciò che riteniamo più connesso alla nostra idea di Sé, ovvero i pensieri, sfugge frequentemente al nostro stesso controllo: non solo le volizioni (sottoinsieme dei pensieri) non hanno sufficiente potere da tenere sotto controllo gli altri pensieri e men che meno le percezioni, ma le volizioni stesse sono impermanenti e fugaci, e ci si ritrova a inseguire un pensiero dimenticando il compito che ci si era prefissato. Ovviamente migliorando la nostra capacità attentiva questo divario tra ciò che penso e ciò che voglio pensare può ridursi, generando il primo possibile beneficio di Shamata, cioè una maggior efficacia della nostra vita mentale in quanto più focalizzata. Tuttavia nella mia esperienza la vita sociale e lavorativa implicano un continuo spostamento su diversi piani della nostra attenzione, rendendo la focalizzazione su un punto solo spesso inapplicabile e apparentemente poco adatta a chi vive nel mondo. È pur vero che forse un’applicazione modificata di Shamata potrebbe invece servire, ma ne parleremo in seguito per non complicare troppo questo articolo.

2)DISTACCO È facile arrivare a comprendere che forti desideri e forti avversioni sono i principali fattori distraenti, per cui concentrarsi vuol dire già di per sé praticare il distaccoverso tutto ciò che non è il proprio oggetto (che chiameremo d’ora in poi “consegna”). Tale esercizio spirituale diviene pertanto un esercizio volto alla libertà mentale, a un distacco rigenerante da pensieri volitivi ripetitivi e sterili.

3)EQUILIBRIO Si inizia a prendere coscienza di alcuni paradossi psicologici: per esempio il fatto che un eccessiva avversione alle distrazioni è nociva alla concentrazione stessa, un esasperato desiderio di calma può essere un ostacolo alla calma stessa, paradossi che nei testi buddhisti vengono talvolta riassunti in frasi sibilline e apparentemente contraddittorie come “abbandona la speranza in un risultato”: questa stessa speranza in fondo potrebbe generare attaccamento e distrazione durante la pratica. In genere ci si allena a evitare gli estremi: l’estremo dell’attaccamento a una distrazione così come l’estremo dell’avversione, l’estremo della sonnolenza come l’estremo dell’agitazione, l’estremo del non credere ad alcun pensiero (in tal caso smetteremmo anche di meditare: a che pro se la volizione “devo meditare” fosse fallace?) come l’estremo di credere a ogni pensiero che si affacci alla nostra finestra di consapevolezza.

4)Gli stati mentali di maggior profondità (assorbimenti meditativi) possono probabilmente essere raggiunti solo durante ritiri intensivi, salvo casi di soggetti particolarmente dotati. Io non sono tra questi ultimi, e nei miei venti minuti quotidiani non ho mai ottenuto molto di più che un gradevole rilassamento concentrato.

Il potenziamento della concentrazione dovuto a Shamata secondo gli esperti può essere utilizzato in esercizi meditativi più avanzati, come vedremo. Perché naturalmente l’oggetto scelto può anche essere diverso dal semplice respiro.

mercoledì 17 aprile 2019

BLOG: AVVERTENZE E ISTRUZIONI PER L’USO

BLOG: AVVERTENZE E ISTRUZIONI PER L’USO

Nei prossimi articoli entreremo nel vivo dell’analisi dei fenomeni mentali, studiando le tematiche della concentrazione, le dinamiche del desiderio e dell’avversione, i fondamenti naturali della conoscenza, le pratiche meditative, la gioia meditativa e mondana, le felicità e alcuni aspetti delle fedi religiose.
Temi complessi, e per i quali in un mondo ideale sarebbe opportuno lasciare il posto a grandi maestri di rara saggezza e compassione. Questi maestri esistono, ma nessuno di essi ha tracciato un compendio sistematico, organico e coerente della filosofia mentale introspettiva con un’impostazione totalmente laica e simile a ciò che mi pare di aver intuito.
Questo è quello che cercherò di fare, a scopo puramente conoscitivo e scientifico, e non certo per indicare a qualcuno la strada per essere felice.
Io sono una persona comune, con alti e bassi emotivi, e non sono un modello di sapienza e compassione, per cui vi prego di non prendere gli esercizi mentali e filosofici che seguono come un percorso spirituale, né tantomeno come percorso terapeutico, un ruolo che il mio blog non ha la presunzione di ricoprire. Le mie conoscenze in psichiatria e in psicologia tradizionale sono quasi nulle, e la mia emotività è sempre stata sotto alcuni aspetti poco equilibrata, con tendenza ad alcune manifestazioni d’ansia: quindi qui non troverete certo un valido insegnante di meditazione o un competente psicologo!
Non sono neppure sicuro che gli esercizi meditativi proposti siano utili per tutti allo stesso modo: la letteratura in tal senso è ancora insufficiente. 

Quindi: se avete grossi problemi psicologici, non ricorrete a questo blog ma cercate altrove, se invece siete studenti di filosofia o di teologia equilibrati, o se siete psicoterapeuti, mi auguro che le suggestioni qui presenti stimolino in voi fruttuose ricerche.