ALTRI ESERCIZI VYPASSANA
Per progredire nella nostra conoscenza della mente “statica” (ovvero della mente nei momenti meditativi, in cui ci si può permettere di non avere altre occupazioni eccetto
la meditazione stessa), ecco alcuni altri possibili esercizi:
1)Fare in modo che non vi sia alcuno sforzo, alcuna volizione, fatta eccezione per la volizione di mantenere la postura meditativa, e lasciar scorrere il proprio “flusso di coscienza” senza mai lasciarsi trascinare da alcuna delle sue “correnti”. Potremmo definire questo stato un “riposo volitivo”. Infatti usualmente anche quando fantastichiamo ad occhi aperti tendiamo a tradurre ogni fenomeno nei termini di “questo è desiderabile”, “questo è da evitare”, “dovrei agire in questo o in quest’altro modo”, “dovrei reagire a questo pensiero”. In questo stato si gode il riposo da tutte queste volizioni. Ovviamente è un riposo momentaneo, non uno stato da applicare a tutto il resto della giornata.
2)Cercare colui che medita. Suggerito nei testi Dzogchen (per esempio dal leggendario Padmasambhava), questo esercizio ha forse la finalità di mostrare la vacuità del Sè (come recitano i sacri testi buddhisti, “il Sè non può essere trovato”). A mio avviso in realtà ci sono altre possibili spiegazioni del fatto che non è percepibile colui che medita: per esempio il fatto che il Sè in quei momenti sia principalmente identificabile con il pensiero volitivo “devo cercare il Sè”. Questo pensiero di fatto è percepibile, ed è forse la principale manifestazione del Sè convenzionale in quel momento.
3)Cercare i pensieri “puri”, ovvero focalizzarsi su uno solo dei 6 aspetti della coscienza, il pensiero (definito come sopra). Il pensiero, se vogliamo usare una terminologia imprecisa e antiquata, ma per varie ragioni utile dal punto di vista didattico, è la componente più immateriale della nostra coscienza, non è vista, non è udito, né olfatto né tatto né gusto, è “solo” tutto ciò che sia esprimibile con una frase compiuta (soggetto, verbo etc). Torneremo su questa corrispondenza biunivoca tra proposizioni linguistiche e pensieri e sul motivo per cui nella nostra classificazione non sia dato pensiero che non sia esprimibile in frasi.
Focalizzandosi dunque sulla ricerca dei pensieri si potrebbero sviluppare alcune qualità e nuove comprensioni:1)Dato che i pensieri sorgono ancora che senza essere stati evocati, abbiamo due possibilità interpretative: o il nostro Io agisce in modo indipendente dalla nostra volontà (difficile in tal caso poterlo chiamare ancora “Io”) oppure i pensieri non hanno sempre a che fare con il nostro Io; riconoscendo dunque come “non nostri” molti pensieri, possiamo prendere le distanze da essi e dagli eventuali turbamenti ad essi associati; 2)avendo posto come oggetto focale un fenomeno che non ha a che fare con i canonici cinque sensi e neppure con i ricordi e le immaginazioni sensoriali, ci si potrebbe ritrovare più distaccati dalle principali basi del desiderio e dell’avversione.
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